Nel settore dei polimeri, la qualità dei materiali è un fattore chiave per garantire prestazioni ottimali e conformità agli standard.
Tra le tecniche analitiche più efficaci per valutare la purezza e la composizione di un compound, spicca l’analisi del Residuo Fisso.
Scopriamo insieme cos’è, come funziona e perché è essenziale per il controllo qualità.
Cos’è il residuo fisso e a cosa serve?
L’analisi del residuo fisso permette di determinare la quantità di cariche e rinforzi presenti in un compound polimerico.
Questo avviene attraverso un processo di combustione in un forno elettrico a muffola, che elimina la componente plastica e lascia come residuo gli eventuali additivi o cariche inorganiche.
Questa tecnica è essenziale per:
- Determinare la purezza e la composizione del materiale
- Valutare la presenza di additivi e cariche che possono influenzare le proprietà finali del prodotto
- Identificare alternative più efficienti per ottimizzare il processo produttivo
L’analisi segue normative specifiche, come la ISO 3451, che stabilisce temperature e tempi controllati per garantire risultati affidabili.
Ad esempio, per il polipropilene, il test prevede una combustione a 600°C ± 25°C per un’ora.
Come funziona l’analisi del residuo fisso?

Il processo di analisi si compone di tre fasi principali:
- Preparazione del campione: piccoli grammi di materiale vengono pesati e posizionati in crogioli resistenti al calore.
- Combustione controllata: i crogioli vengono inseriti nel forno a muffola, che raggiunge una temperatura predefinita per eliminare la componente plastica.
- Calcolo del residuo: il materiale rimanente viene analizzato per determinare la percentuale di cariche o rinforzi presenti.
L’analisi del residuo fisso, abbinata a tecniche di microscopia avanzata, consente di identificare non solo la quantità di carica presente, ma anche la sua natura chimica e il suo effetto sulle proprietà del prodotto.
Caso di Successo: analisi del residuo fisso nei master bianchi
Un esempio pratico dell’applicazione di questa tecnica riguarda la valutazione della composizione dei masterbatch bianchi, che spesso contengono biossido di titanio (TiO₂) e carbonato di calcio (CaCO₃).
Il test si svolge in due fasi:
- Fase 1: Eliminazione del polimero a 550°C, lasciando come residuo TiO₂ o CaCO₃, oppure TiO₂ + CaCO₃.
- Fase 2: Aumento della temperatura fino a 825°C per rimuovere il CaCO₃, lasciando come residuo finale solo il TiO₂.
Uno studio condotto su un master dichiarato con il 75% di contenuto inorganico, di cui 50% TiO₂, ha evidenziato un’incongruenza tra la composizione effettiva e quella dichiarata.
I test hanno rivelato una reale presenza del 40% di TiO₂ e del 35% di CaCO₃, dimostrando l’importanza dell’analisi per evitare discrepanze sia tecniche che economiche e ottimizzare il controllo qualità.
L’analisi del residuo fisso è quindi uno strumento fondamentale per il controllo qualità dei polimeri, consentendo di verificare la composizione del materiale, individuare additivi indesiderati e garantire la conformità ai requisiti normativi.
In un settore in cui precisione e affidabilità sono cruciali, questa tecnica rappresenta un valore aggiunto per produttori e trasformatori di materie plastiche.
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